Gentile Avvocata,

sono una musicista sessantenne e convivo con il mio compagno da oltre vent’anni.

Non abbiamo mai voluto dare una veste formale alla nostra unione, né religiosa né civile: abbiamo sempre ritenuto che l’assenza di qualsiasi vincolo fosse la forma più bella di libertà nell’unione.

Ma ora gli anni passano e si aggiunge qualche problema di salute e preoccupazioni per il futuro.

Mi chiedo: è possibile che in Italia non si sia fatto alcun passo avanti in tema di legislazione sulle “coppie di fatto” e che si rimanga ancorati a vuote contrapposizioni politiche?

E’ un problema molto comune, mi creda, che non riguarda –altro pregiudizio!- solo le coppie omosessuali.

Grazie per l’attenzione.

P.M. – Milano

 

Gentile Signora,

anzitutto grazie per darmi la possibilità di riflettere su questa tematica: so bene che è un problema comune, me ne scontro spesso sia nella mia attività professionale sia nel mio impegno politico.

Sulle coppie di fatto, nel corso delle ultime settimane, vi è stata un’accelerazione della giunta comunale milanese per il riconoscimento delle unioni civili con conseguente approvazione del regolamento apposito.

Ma occorre precisare: il cosiddetto “Registro delle coppie di fatto” a livello comunale ha un valore meramente amministrativo, ma purtroppo non risolve le problematiche di carenza di diritti in questa materia.

Tale Registro, infatti, perchè non sia un vuoto contenitore formale, deve essere supportato da un’adeguata normativa in materia di diritti e doveri delle cosiddette “convivenze di fatto”.

Insomma, dalle petizioni di principio si deve passare alla normativa concreta.

Nel nostro paese, come sappiamo, la legislazione in proposito è ancora a livello davvero embrionale e, nonostante numerosi enti locali (si pensi alle città di Bologna, Firenze, Torino e Napoli ed alle regioni Toscana, Emilia Romagna e Calabria, solo per citarne alcune) abbiano istituito degli appositi registri per le unioni civili e formalizzato alcune norme di attuazione, di fatto siamo ad un punto fermo.

A mio parere, senza presunzione di alcuna completezza di ragionamento in una materia davvero spinosa ed ostica, occorre tuttavia depurare ogni ragionamento da pregiudizi politici o religiosi che hanno ben poco valore.

E procedere con la politica dei “piccoli passi”, introducendo una formale registrazione delle coppie conviventi ed alcuni diritti di mera natura amministrativa, si pensi all’accesso agli alloggi di edilizia popolare ed alle possibilità di visita come “convivente” in istituzioni quali gli ospedali e gli istituti di pena.

Questo sarebbe già un importantissimo passo avanti, nell’ottica della creazione di una vera e propria parità fra “coppie di legge” e “coppie di fatto”, che –si badi bene, non mi stancherò mai di ribadirlo!- non diminuisce la serietà e, per chi crede, la sacralità del matrimonio, ma semplicemente fa del principio di uguaglianza sostanziale un vero cardine della nostra convivenza civile.

La tengo aggiornata, da queste pagine, circa ogni novità che dovesse interessare questa tematica.

Ilaria Li Vigni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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