G entile Avvocata,
sono una madre di famiglia ed abito con mio marito ed i miei figli (di 12 e 15 anni) in un appartamento in media periferia milanese.
Da qualche mese, nell’appartamento sottostante al nostro è arrivata una famiglia di giovani egiziani: la madre ha il capo semi-coperto e praticamente non rivolge parola agli estranei ed il padre rientra tardissimo dal lavoro, a volte è burbero e non saluta se lo si incontra.
Come far capire ai miei figli adolescenti le differenze di cultura, ma nello stesso tempo spiegare loro il rispetto del ruolo della donna, frutto di tante battaglie passate ed attuali?
La questione, mi rendo conto, è complicatissima: chiedo un Suo parere professionale e sociologico.
Grazie.
L. L. – Milano

Gentile Signora,
rispondo davvero volentieri al Suo quesito: tocca una problematica di estrema complessità, cui non pretendo certo di rispondere compiutamente.
Mi limito a qualche piccola osservazione, forse utile spunto di riflessione per tutti.
La tematica dell’integrazione culturale, etnica e religiosa, soprattutto nelle grandi città, è cosa complessa, soprattutto da far comprendere ai giovani ed agli adolescenti che troppo spesso si trovano di fronte a differenze di tradizioni e di cultura apparentemente incolmabili.
In realtà questi “stili di vita” non sono così inconciliabili, a mio avviso, soprattutto in società quale la nostra occidentale, in continua evoluzione e sempre in contatto con culture differenti.
Intendiamoci, senza addentrarci in problematiche complesse di “confronti civiltà”, credo che il discorso si possa articolare in modo più semplice.
Da una parte ci sono le abitudini culturali, di cibo, comportamento, modo di vestire: di fronte alle stesse io credo che ai giovani si debba insegnare solo un assoluto ed intangibile rispetto.
Rispetto vuol dire tentativo di comprensione, pur di una questione di straordinaria complessità, non certo supino adeguamento.
Rispetto, tornando alla questione che Lei mi ha posto, significa accettare con intelligenza che la madre vicina di casa abbia il capo parzialmente velato, che il padre abbia un comportamento apparentemente un po’ scontroso e che gli abiti e gli odori dei cibi non siano come i nostri.
Il rispetto reciproco è l’unico strumento valido per l’integrazione etnica e culturale, in questo momento storico.
Dall’altra parte vi sono invece i principi fondamentali ed i diritti inviolabili dell’uomo, che le Nazioni Unite hanno riconosciuto ben sessant’anni fa, di cui l’Unione Europea si fa portavoce e che la nostra Costituzione espressamente prevede come base e fondamento della nostra nazione.
Sono un baluardo intangibile della società occidentale, frutto delle esperienze culturali illuministiche e di tante battaglie, fisiche e culturali.
Su questi principi non dobbiamo né possiamo cedere.
Sempre tornando al Suo quesito: il fatto che la donna abbia il capo semi-velato è una questione culturale e merita rispetto, la circostanza che la donna sia sottomessa al marito (anche con modalità violente) è una violazione dei diritti umani che merita condanna.
E, badiamo bene, avere il capo velato non vuol dire essere necessariamente sottomesse in casa e viceversa: pensiamo a quante problematiche di violenza contro le donne tra le mura domestiche riguardano anche famiglie occidentali, nostri potenziali vicini di casa o colleghi di lavoro.
Dobbiamo tenere davvero separati i due piani, pena altrimenti una confusione culturale e derive razziste molto dannose per noi e per le nuove generazioni.
E’ una scommessa, ma possiamo e dobbiamo vincerla.

Ilaria Li Vigni

Se avete quesiti da porre all’avv. Ilaria Li Vigni potete scrivere a: ladyblitz2010@gmail.com mettendo come oggetto “Ditelo all’avvocato”.

 

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