Gentile Avvocata,

sono una professionista cinquantenne e convivo con un coetaneo da qualche anno.

Il mio compagno è in attesa di pronuncia definitiva di divorzio e quindi non possiamo intraprendere la strada del matrimonio civile, pur volendo, per mille ragioni, regolarizzare la nostra posizione.

Ho letto di questo “Registro delle Convivenze” istituito dal Comune di Milano: potrebbe fare al caso nostro? E concretamente cosa implica?

Grazie per l’attenzione,

I.S. – Milano

Cara Lettrice,

anzitutto La ringrazio molto per avermi interpellato su una tematica di tale attualità.

Il 18 settembre 2012 è stato il giorno del debutto per il registro delle unioni civili a Milano: diciotto le coppie che hanno apposto le loro firme, eterosessuali ed omosessuali, persone note e gente comune.

Le coppie dello stesso sesso sono state messe in condizione, per la prima volta a Milano, di regolarizzare in un qualche modo la loro unione; mentre le coppie eterosessuali hanno avuto modo, ad esempio -quale il Vostro caso- in pendenza di una decisione di divorzio precedente per uno o entrambi i coniugi, di concretizzare formalmente un’unione che la legge non riconosce ancora come tale.

Lo sportello operativo del Comune, dedicato alle coppie di fatto, nel primo giorno utile ha ricevuto 150 telefonate e 60 e-mail, in gran parte per richieste di informazioni in merito all’iscrizione nel registro.

Evidentemente il provvedimento ha toccato da vicino la cittadinanza, dando voce e spazio ad un problema molto sentito.

Si è trattato certamente di un grande passo avanti in tema di rispetto dei diritti umani, fortemente voluto dalla Giunta Pisapia e da buona parte del Consiglio Comunale, cui va dato il pregio –molto raro in politica, in particolare in ambiti di tale delicatezza- di non aver perso tempo e di aver approvato l’iniziativa in tempi davvero rapidi.

Non nascondiamoci, però, dietro questo provvedimento: la strada da fare è ancora molta, come Lei immagino saprà, soprattutto in punto di “concretezza” ed “operatività” del sistema.

In Italia, allo stato attuale, nonostante molte proposte di legge, non vi è una normativa regolatrice delle unioni “di fatto”, con particolare riferimento alle persone dello stesso sesso che, per la vigente legge nazionale, non possono intraprendere alcuna forma istituzionalizzata di vita comune.

Le ragioni di tale assenza sono varie, politiche e sociali e non è questo il luogo per approfondirle.

Cosa occorre fare? Come si esce da questo stato di impasse che va avanti ormai da molti anni?

Ad avviso di chi scrive, proprio nella consapevolezza della complessità dell’argomento, occorre procedere con la politica dei “piccoli passi”, introducendo, con legge nazionale, una formale registrazione delle coppie conviventi ed alcuni diritti di mera natura amministrativa, si pensi all’accesso agli alloggi di edilizia popolare ed alle possibilità di visita come “convivente” in istituzioni quali gli ospedali e gli istituti di pena.

Questo, speriamo, è quello che ci attende nel prossimo futuro.

Il Registro delle convivenze ha valore ovviamente simbolico e programmatico, ma nel Vostro caso ha certamente senso iscriversi, per poi avere già un’unione formalizzata nel caso -auspicato- dell’adozione di una legge nazionale.

Insomma, è certamente un passo avanti nella lunga battaglia verso la civiltà, ovviamente in attesa di una legge che davvero sia esaustiva per disciplinare un ambito tanto delicato della nostra società moderna.

Un saluto cordiale.

Ilaria Li Vigni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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